Diceva Mark Twain, "E' più facile ingannare la gente piuttosto che convincerla di essere stata ingannata"
Omero è una continua fonte di frustrazione per gli archeologi, per i filologi e tutti i commentatori... centinaia di pagine con migliaia di nomi, eventi, riferimenti, località ecc. che però finiscono con il confondere le idee anziché aiutarci a chiarirle. Ma se invece la soluzione fosse diversa da quelle faticosamente elaborate nei secoli dai letterati? Perché Omero ha continuato a lodare l'arte dell'inganno? Perché dormiva... o perché è lui che ha ingannato tutti per 3000 anni? E i miti sono soltanto delle belle favole oppure nascono da eventi reali di cui si comincia solo ora a intravvedere l'origine?

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venerdì 24 giugno 2016

Il padre dell'archeologia, o della fantarcheologia?



Capitolo 16 – QUI SI NARRA DELL’ASTUTO SCHLIEMANN

“Potete ingannare tutti per qualche tempo e alcuni per tutto il tempo, ma non potete ingannare tutti per tutto il tempo.”
Attribuita ad Abramo Lincoln 

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Un gruppo di archeologi, tra cui Schliemann, a Micene

Qualcuno a questo punto potrebbe spazientirsi, e domandare: ma Troia, allora? Heinrich Schliemann ha ben scoperto una città nell’Asia minore! Questo almeno è quanto viene insegnato e creduto vero tutt'ora in molte università: la bella favola dell'avventuroso pioniere che, rischiando la sua fortuna economica e combattendo contro la sorte avversa e l'ostilità dell'ottuso mondo accademico ottocentesco, riesce, confrontandole con le pagine dell'Iliade, a identificare perfettamente le rovine della città di Priamo presso le coste della Turchia, a recuperarne i favolosi tesori e a guadagnarsi meritatamente la fama imperitura di "padre dell'archeologia".  In realtà l’identificazione del sito turco di Hissarlik con la città dell’assedio ha sempre lasciato perplessi gli studiosi; molti archeologi autorevoli tendono oggi a metterne in rilievo più le differenze che le analogie. Per esempio, gli studi geologici dimostrano che l’ampia pianura alluvionale che si trova alla base della collina su cui sarebbe sorta Troia non esisteva ancora all’epoca del XII secolo avanti Cristo, data che viene comunemente considerata come la più probabile per l’evento della guerra. Il che significa che non c’era l’ampia spiaggia dove parcheggiare più di mille navi, non c’era la piana dove far correre i carri, e non c’era neanche il campo di battaglia! Schliemann, inoltre, nell’ansia di cercare i tesori dell’antica Troia, combinò dei disastri notevoli, scoperchiando brutalmente i vari strati archeologici e danneggiandoli irreparabilmente. Credette di trovare il “tesoro di Priamo” nel secondo strato (risalente ad almeno mille anni prima della presunta data della guerra), identificando in seguito la città dell’assedio con il sesto o il settimo strato (qui gli strati archeologici sono stati numerati in ordine progressivo dal più profondo, che è anche il più antico, al più superficiale e recente). Inoltre, lo stesso Schliemann era tutt’altro che un personaggio irreprensibile, e la sua autobiografia, che molti conoscono,  è ampiamente “romanzata”: parecchi episodi citati sono inventati di sana pianta, come per esempio la storia del suo incontro con il presidente degli Stati Uniti, la presenza a San Francisco durante il famoso incendio della città, la stessa smania di scoprire le vestigia di Troia fin dalla più tenera infanzia, e molto altro ancora. Pare che gran parte della sua ricchezza derivasse dall'aver taroccato le bilance con cui faceva compravendita di oro con i minatori in California, e a un certo punto rischiò addirittura l'arresto per bigamia! Rimandiamo a questo proposito al documentatissimo saggio di David A. Traill: Schliemann e la verità perduta di Troia, dove il professore di lettere  classiche alla California University dipinge dell’archeologo tedesco un ritratto molto meno lusinghiero di quello divulgato da lui stesso e dai suoi ammiratori. Per fare poi un esempio del suo metodo di lavoro, avendo letto che a Troia c’era una sorgente calda e una fredda, egli pensò bene di misurare la temperatura dell’acqua di tutti i ruscelli della zona: corretta applicazione del metodo scientifico, dovremmo dire, se non che, dato che la temperatura risultava uguale dappertutto, ne concluse che forse la sorgente calda si era esaurita e quindi il posto che diceva lui andava benissimo lo stesso! Particolarmente gravi sono poi le accuse di aver alterato i risultati dei propri scavi con oggetti trovati altrove, forse comprati o addirittura contraffatti, distorcendo molti dati archeologici e persino falsificando i propri diari per provare certe affermazioni. In effetti i più clamorosi ritrovamenti sarebbero avvenuti, in modo molto strano e sospetto, in assenza di testimoni. Addirittura il bel tipo si vantava della propria scorrettezza nei confronti di altri archeologi che dovevano sovraintendere agli scavi, invadendo pesantemente le zone di loro competenza,  e contrabbandava illegalmente i pezzi più preziosi, infischiandosene degli accordi sottoscritti con le autorità locali. Traill non sembra però sostanzialmente dubitare della realtà della scoperta delle rovine di Troia.

Gli scavi di “Troia”- Hissarlik, in Turchia

Tuttavia, molti archeologi la pensano in modo diverso. Per esempio, il prof. Dieter Hertel (che insegna Archeologia Classica all’Università di Colonia ed ha preso parte a diverse campagne di scavo nell’area di Hissarlik), nel suo libro Troia (pubblicato in italiano nel 2003), dopo aver premesso che «fra i tanti strati che testimoniano le diverse ricostruzioni di Troia dopo ogni distruzione avvenuta nei secoli, le fasi Troia VI (1700-1300) e Troia VII (XIII secolo) non furono il teatro di famose imprese militari», sottolinea che «non è possibile parlare di una spedizione di greci micenei contro la città, fosse essa Troia VI o Troia VIIa [...] Lo studio delle fasi Troia I-VII [...] ci ha rivelato i contorni di una lunga epoca storica, dai caratteri del tutto diversi da quelli del mondo e degli eventi descritti da Omero». Inoltre, «non vi è alcun indizio che consenta di attribuire a una conquista la fine di Troia VI, VIIb1 e VIIb 2 [...] Anche nel caso in cui Troia VIIa sia stata presa con la forza, questo evento non può aver trovato riflesso nella saga greca: nemmeno il minimo indizio depone a favore di tale possibilità». Per di più, aggiunge Hertel, «nei dintorni di Troia non è stato trovato alcun segno di un assedio contemporaneo agli strati di distruzione rinvenuti nello scavo della città, portato da greci micenei o da altre popolazioni; né trincee, né accampamenti fortificati per le navi, né alcunché di simile è stato scoperto nei dintorni della città, sulla costa settentrionale o nella baia di Beşika, nonostante le numerose e alacri ricerche condotte».  
Da notare che i turisti in visita agli scavi vengono spesso portati a vedere resti come la cosiddetta “tomba di Aiace”: peccato che tali reperti archeologici risalgano all’epoca romana, circa un millennio dopo Omero, e furono costruiti per far contenti i già allora numerosi viaggiatori provenienti da Roma, compresi alcuni imperatori, che restavano affascinati nello scoprire quelle che Virgilio aveva raccontato essere le “radici” degli antichi romani! Trascriviamo testualmente quel che dice di Omero  Il libro dei libri perduti di Stuart Kelly, riprendendo il già citato  Agone tra Omero ed Esiodo:  «L'imperatore Adriano cercò di districare quei resoconti contraddittori chiedendo un parere alla sibilla Pizia, che gli rispose: “Itaca è la sua patria, Telemaco suo padre, ed Epicasta, figlia di Nestore, la madre che lo partorì, un uomo che è di gran lunga il più saggio fra i mortali”. Se aveva ragione, e se Telemaco, figlio di Ulisse, era l'antenato di Omero, l'Odissea è una biografia di suo nonno oltre che un poema epico» e quindi, aggiungiamo noi, un espediente agiografico per legittimare il suo potere su Itaca. Così la Pizia, che era a capo dell’oracolo di Delfi, poteva magari essere a conoscenza di qualche “mistero”, ben custodito e ben tramandato da generazioni. Niente male l'idea di Omero, figlio di Telemaco, che scrive la storia della nobile casata...

Si aggiunga poi che se si vanno a vedere le descrizioni che Omero fa di Troia, per esempio nei libri XII e XX dell’Iliade, ci si accorge che l’antica città di pietra del sito di Hissarlik, fondata cinquemila anni fa sulla costa turca, ha ben poco in comune con quello che sembra un tipico villaggio fortificato dell’Europa nordica. Omero riferisce che le mura del campo degli Achei sono ancor più imponenti di quelle di Troia, ma che vengono in parte abbattute durante un attacco troiano, e poi spazzate via dalla successiva piena del fiume. La stessa Troia verrà poi completamente distrutta da un incendio: il tutto fa arguire che fosse fatta in gran parte di legno; Omero sottolinea che solo le case dei membri della famiglia reale erano di pietra.


Villaggio rurale nel museo all’aperto di  Olsztynek, Polonia. Così dovevano essere le case dei protagonisti dei poemi omerici.

Si consideri quanta fatica fece secoli dopo Giulio Cesare per fare capitolare Alesia, la città dei Galli, per rendersi conto di quanto i villaggi del Nord Europa fossero difficili da espugnare, pur essendo protetti solo da robuste palizzate di tronchi, talvolta rinforzate da pietre. Bisogna notare anche che i resti della città gallica non sono ancora stati  identificati con certezza, nonostante le intense ricerche e benché la sua esistenza non sia mai stata messa in dubbio: potrebbe essere la stessa cosa successa alla Troia nordica, che sarebbe in ogni caso ben diversa dalle possenti fortezze di pietra immaginate da Schliemann e che siamo abituati a vedere in film e documentari storici.  A questo punto si può anche pensare, riprendendo le osservazioni di alcuni storici dell’antica Grecia,  che il famoso “Cavallo di Troia” fosse in realtà una specie di “macchina da guerra”, non molto dissimile da quelle architettate da Cesare per conquistare Alesia. C’è anche da considerare la propensione dei popoli nordici a bere e sbronzarsi in modo esagerato, ben testimoniato da tutte le fonti storiche: Troia fu distrutta perché i suoi abitanti, illusi che i nemici se ne fossero andati, non misero nessuno di guardia e si diedero alla pazza gioia tanto da essere tutti ubriachi fradici!  L’eroe troiano Enea poi afferma (Iliade XX, 219-240) che la fondazione della sua città risale a meno di sei generazioni prima, cioè a circa 200 anni addietro; quindi se la guerra datasse al 1200 avanti Cristo, e la fondazione al 1400, ci sarebbero “appena” 1600 anni di differenza con la data reale di nascita della città turca, che le indagini stratigrafiche collocano nel 3000 avanti Cristo! Insomma, nonostante  nell’antichità ci fossero continue guerre, e gli incendi negli abitati fossero eventi piuttosto comuni, non si riesce a trovare la cosiddetta “pistola fumante” che riesca a provare una correlazione inequivocabile tra i resti archeologici di Hissarlik e gli eventi della guerra e della distruzione di Troia così accuratamente descritti nei poemi. Non quadrano i tempi e i luoghi. In poche parole, non c’è quello che dovrebbe esserci, e c’è quello che non dovrebbe esserci! Alla fine di questo discorso, dunque, gli archeologi avrebbero tutti i motivi per tirare un bel sospiro di sollievo al pensiero che la gloriosa città cantata da Omero non sia quel cumulo di macerie devastate dal “mitico” Schliemann! Il tanto vituperato mondo accademico ottocentesco aveva le sue buone ragioni nel diffidare da quell'avventuriero, e sarebbe ora che lo facesse anche il mondo accademico attuale.
Ma la storia non finisce qui: nel 1912 un certo Paul Schliemann, sedicente nipote di Heinrich, vendette a un giornale un lungo articolo, corredato di particolari mirabolanti, in cui sosteneva che suo nonno gli aveva lasciato una serie di reperti archeologici e di indizi per scoprire nientemeno che la perduta civiltà di Atlantide. La faccenda suscitò ovviamente un certo scalpore, e il buon Paul, degno erede (vero o presunto) di suo nonno, godette per un breve periodo di una immeritata fama. Poi però, quando le sue affermazioni cominciarono ad essere vagliate più attentamente e risultarono del tutto prive di fondamento, il bravo nipotino preferì sparire dalla circolazione, non prima di aver dichiarato con spudorata faccia tosta: "Ma se dovessi dire tutto quello che so, dove andrebbe a finire il mistero?". Comunque, se avrete un po' di pazienza, tra qualche pagina andremo ad indagare anche sulla questione di Atlantide e di altri enigmi mitologici: come vedete, non ci facciamo mancare niente. 


Quindi, tornando alla geografia omerica, la Troia della Turchia non è altro che una delle tante città chiamate così, come ce n’è una in Puglia, una in Portogallo, una Troyes in Francia, una Troynovant nell’antica Inghilterra, per non parlare della ventina circa di Troy negli USA. Nel caso di Ilio abbiamo due Ilion in Grecia e una presso New York. Del resto questo meccanismo di chiamare luoghi diversi con lo stesso nome ha continuato a perpetuarsi dall’antichità fino ai giorni nostri: basti pensare che il termine Eridano indicava anticamente un fiume europeo (non si è mai capito se il Rodano o il Reno, o qualcun altro) e poi ha designato il Po. O a quanti monti Olimpo ci sono: sette tra Grecia e Turchia, alcuni altri sparsi per il mondo, tra cui uno in America, e uno persino su Marte! In pratica, ogni volta che si incontrava una montagna più alta delle altre, qualcuno prontamente la battezzava con il nome della sede delle divinità. E' la stessa cosa che fanno gli astronomi dalla notte dei tempi e ancor oggi, quando devono battezzare qualche nuovo pianeta, o satellite, o cometa, e pescano a piene mani dalla mitologia.  Quindi Schliemann non ha scoperto la Troia omerica, ma solo un’importante città dell’antichità che poi è stata chiamata così. Sarebbe ora interessante scoprire quale città fosse, magari è proprio quella che gli Ittiti chiamavano Wilusa (anche se la sua localizzazione geografica sembrerebbe diversa), che è stata in seguito confusa dagli antichi per la sua assonanza  con la Ilio omerica.  Quella dell’archeologo dilettante tedesco non fu un'impresa particolarmente difficile, in fondo: egli era un ricco mercante, che viaggiava molto ed era appassionato di archeologia, in un’epoca in cui i ricchi viaggiatori erano pochissimi, e gli archeologi ancora meno. Bastava solo chiedere un po’ in giro e lasciare qualche mancia, per scoprire resti interessanti. Bei tempi!

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