Diceva Mark Twain, "E' più facile ingannare la gente piuttosto che convincerla di essere stata ingannata"
Omero è una continua fonte di frustrazione per gli archeologi, per i filologi e tutti i commentatori... centinaia di pagine con migliaia di nomi, eventi, riferimenti, località ecc. che però finiscono con il confondere le idee anziché aiutarci a chiarirle. Ma se invece la soluzione fosse diversa da quelle faticosamente elaborate nei secoli dai letterati? Perché Omero continuava a lodare l'arte dell'inganno? Perché dormiva... o perché è lui che ha ingannato tutti per 3000 anni? E i miti sono soltanto delle belle favole oppure nascono da eventi reali di cui si comincia solo ora a intravvedere l'origine?

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sabato 10 ottobre 2020

CAPELLI BIONDI, MARE VIOLA

 

Capitolo 15 – CHE STRANI GRECI, QUESTI DANAI

Dilettanti! Così vengono chiamati con disprezzo coloro che si occupano di una scienza o di un'arte ‘per il loro diletto’, cioè per la sola gioia che ne ricevono. Un tale disprezzo deriva dalla meschina convinzione che nessuno possa prendere qualcosa sul serio se non sotto lo sprone della necessità, del bisogno o della avidità. La verità è al contrario che per il dilettante la ricerca diventa uno scopo, mentre per il professionista rappresenta solo un mezzo, ma solo chi si occupa di qualcosa con amore e dedizione può condurla a termine in piena serietà. Da tali individui, e non da servi mercenari, sono sempre nate le grandi cose.”
Arthur Schopenauer

Vediamo allora di porci un po’ di domande. Tanto per cominciare: di che colore erano i capelli di Ulisse? Lasciamo da parte sceneggiati televisivi, film degli anni ’50 e tante altre invenzioni letterarie: Omero stesso ci dice che Ulisse era biondo. Anzi, forse anche tendente al rossiccio. In un verso, dopo aver fatto il bagno, le sue chiome folte vengono paragonate al fiore del giacinto (XXIII, 155), che però in natura può avere diversi colori, azzurro (e non sembra il caso dei capelli!) oppure giallo, rosato, ma mai castano o nero; probabilmente Omero intendeva dire che aveva i capelli come l'infiorescenza del giacinto perché erano riccioluti. E com'erano Menelao, Achille e molti altri guerrieri? Biondi pure loro. E le donne, come Elena, Afrodite, Briseide? Bionde anche quelle! Però, che strani Greci erano questi Danai, sembrano proprio Danesi! E non si può neanche pensare ad un errore interpretativo o di traduzione, perché la parola che indica il colore biondo, xanthos, viene usato per i capelli, per il grano e per l’oro, quindi non può essere che giallo. 

 


La nascita di Venere, del Botticelli, Firenze, Museo degli Uffizi

 Già, ma l’ambiente dell’Iliade e dell’Odissea è quello tipicamente mediterraneo, o no? Per niente, anzi, il clima è sistematicamente freddo, nebbioso, con la brina e la neve anche a livello del mare, tanto che tutti indossano spessi mantelli, dormono tra coltri di lana e invocano il sole che li riscaldi persino quando sono in battaglia pesantemente armati; e il mare, che Omero non chiama mai Mediterraneo, è sempre livido, cupo, violaceo, “color del vino”, tempestoso. Proprio come i mari nordici, che assumono spesso questo colore a causa del cielo grigio e del sole sempre basso sull’orizzonte; come avviene anche in estate, che è da sempre la stagione della navigazione. Insomma, Omero descrive tutto il contrario di quello che siamo abituati a vedere, dalle opere d'arte antiche fino ai fumettoni moderni. Un po' strano, se si pensa che, secondo le ricostruzioni degli accademici, gli eventi da lui narrati si sarebbero dovuti svolgere intorno al 1200 avanti Cristo, in un periodo in cui il clima era particolarmente caldo.Nel 1858, William Gladstone, un eminente uomo politico inglese che sarebbe in seguito divenuto più volte Primo Ministro, diede alle stampe una monumentale opera intitolata “Studi su Omero e l’età omerica”. Tra le altre cose, Gladstone esponeva l'idea che gli antichi Greci usassero un così scarso numero di termini per definire i colori perché non erano in grado di distinguere le varie tonalità; all'epoca era in pieno fervore il dibattito sulle teorie evoluzionistiche, e quindi sembrava logico pensare che la vista degli uomini primitivi non si fosse evoluta abbastanza per distinguere più di qualche colore base. In realtà, una simile evoluzione richiederebbe parecchi milioni di anni, e non i tre miseri millenni che ci separano da Omero; viceversa, non si era ancora evoluto il linguaggio con cui si denominano i vari colori. Ad un greco antico non sarebbe mai passato per la mente di usare sfumature di rosso come “fucsia” o “magenta”, dato che nessuno di loro aveva mai visto un fiore di fuchsia (la pianta con tale nome, con la lettera “h” dopo la “c”, fu importata dal Nuovo Mondo solo nel 1700) o uno dei primi colori di sintesi ottenuti artificialmente (il magenta fu scoperto da un chimico nel 1859, anno della battaglia di Magenta, e da essa prese il nome). Come pure, anche noi da piccoli impariamo i nomi dei sette colori dell'arcobaleno, così come li aveva classificati Isaac Newton, uniformandosi alle sette note musicali, ma i colori dell'arcobaleno sono molti di più; ed è curioso notare che proprio il colore più insolito, l’indaco, sia stato alla base delle fortune economiche di Heinrich Schliemann: il mercante tedesco si arricchì anche grazie al commercio dell’indaco con cui venivano colorate le divise dell'esercito zarista. Gli studi condotti su molte tribù primitive mostrano come la capacità di distinguere i colori sia praticamente identica in tutto il mondo, ma spesso non esistano differenze lessicali; e a volte gli stessi “selvaggi” trovano abbastanza ridicole le nostre distinzioni tra colori come il blu e il verde, che loro indicano con lo stesso termine, pur riconoscendone la diversità. Esiste, è vero, un’anomalia genetica come il daltonismo, cioè l'incapacità di distinguere alcuni colori, ma essa è per l'appunto un problema ereditario che colpisce solo una piccola percentuale di individui. Anche per gli artisti antichi non erano tanto importanti le distinzioni cromatiche, tanto che le pitture si basavano su pochi colori: un po' d'avorio o di marmo per le pelli chiare, di ocra per quelle un po' più scure, legno bruciato per il nero, e poco altro; la porpora rossa e il lapislazzuli blu erano carissimi e quindi usati da pochi privilegiati. Però comunque capivano la distinzione tra l'azzurro (glaucos) e il violaceo (oinops, color del vino), quindi se in Omero il mare non è mai azzurro, come nel Mediterraneo, ciò deve voler dire che lui non lo vedeva così perché non si trovava nel Mediterraneo! E lo stesso vale per i capelli biondi, le pelli bianche, eccetera. Alcuni grecisti hanno provato a sostenere che il mare “vinoso” forse non è, con connotazione quasi surrealista, “color feccia di vino”, ma più semplicemente “spumeggiante”, che spumeggia cioè come il vino appena versato in un cratere. O meglio ancora, io direi, come il mosto che ribolle nel tino durante la fermentazione. Ma probabilmente questo è un altro dei tentativi disperati dei traduttori per tentare di far quadrare le cose, cambiando artificiosamente il significato delle parole. Anche perché lo stesso termine è usato da Omero per descrivere una coppia di buoi *(Il. XIII 703)*e mi sembra un po' strano che esistano dei buoi … spumeggianti! Ma esistono buoi rossi, color del vino? Si, ci sono delle razze col manto rossiccio, e sono di origine norvegese, e non si tratta di un'invenzione degli allevatori moderni, ma se ne ha notizia già da alcuni secoli. Per una trattazione approfondita dell'argomento vi lascio alla lettura del saggio di Guy Deutscher, *La lingua colora il mondo. Come le parole deformano la realtà.

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sintesi: OMERO RACCONTO' DELLE SAGHE NORDICHE? https://astutoomero.blogspot.com/2017/03/omero-racconto-delle-saghe-nordiche.html

 

venerdì 9 ottobre 2020

EHHH, MA ACHILLE E PATROCLO... MADDECHE'!!!

 Ma torniamo ad Achille, e approfittiamone per smentire un pettegolezzo che circola da un po’ di tempo (almeno 2500 anni!): non c’è alcun motivo di pensare che tra lui e il suo amico fraterno Patroclo ci fosse una sorta di relazione omosessuale! Omero non ne accenna mai, si tratta di una diceria nata in epoche successive, ad opera di qualche mitografo (forse pure un po’… mitomane): anzi, la famosa “Ira di Achille”, non è rivolta contro i nemici Troiani, ma nasce proprio perché il suo capo Agamennone gli frega la schiava preferita Briseide, e non credo che Achille avesse motivo di adirarsi perché la bella biondona era particolarmente brava a cucinare o a rammendare i calzini! E ad un certo punto della narrazione (Iliade IX, 664-668), Achille e Patroclo se ne vanno tranquillamente a letto con delle altre belle schiave: solo per utilizzarle come scaldini? Ma va’ là! 

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SVALVOLATI ON - THE - ROAD - ONLY HARLEY DAVIDSON

mercoledì 7 ottobre 2020

OMERO ERA CIECO? MA NOOO!!!

 


Ma Omero era cieco?NOOOO!!! In effetti, la perfezione e la vivacità nella narrazione di molte scene, come pure la precisione anatomica messa in mostra nella descrizione delle ferite, fanno dubitare alquanto della sua cecità. Nel suo saggio "La cultura greca e le origini del pensiero europeo", il filologo Bruno Snell evidenzia come «Omero usa per esempio una grande quantità di verbi che descrivono l’atto di vedere: ὁρᾶν, ἰδεῖν, λεύσσειν, ἀθρεῖν, θεᾶσθαι, σκέπτεσθαι, ὄσσεσθαι, δενδίλλειν, δέρκεσθαι, παπταίνειν. Di questi parecchi sono caduti in disuso nel greco successivo, per lo meno nella prosa, vale a dire nella lingua viva […]. E a sostituirli troviamo soltanto due nuove parole dopo Omero». Non sto qui a riportarvi il significato preciso dei vari verbi, perché dovrei ricorrere spesso a lunghi giri di parole, e chi vuole può tranquillamente trovare la spiegazione completa su internet, comunque sarebbe davvero strano se una tale ricchezza lessicale per esprimere l'atto di vedere fosse usata da chi non vede. Ecco il link:  https://studiahumanitatispaideia.wordpress.com/2013/01/14/luomo-nella-concezione-di-omero/

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Funerale di "Patroclo" in Germania

 La descrizione, molto ricca di particolari, del funerale di Patroclo (Iliade, libro XXIII), ricorda in pieno le caratteristiche dei funerali celtici o germanici, con il sacrificio di dodici giovani prigionieri troiani, montoni, buoi, cani, cavalli, e con la raccolta delle ceneri in un urna d'oro: nell'archeologia greca si cominciano a trovare urne metalliche nel XII secolo a.C., ma esse diventano improvvisamente molto più comuni solo nell’VIII secolo. Nel 2020 è stata trovata nella località di Brücken-Hackpfüffel, in Sassonia, la sepoltura di un nobile germanico del V secolo dopo Cristo, in cui erano presenti i corpi sacrificati di bovini, cavalli, cani e di sei giovani donne, a riprova della persistenza persino di certi sanguinosi rituali.

 https://www.dailymail.co.uk/sciencetech/article-8759147/Ancient-Germanic-lord-unearthed-1-500-year-old-tomb-circle-six-women-cauldron.html 

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domenica 4 ottobre 2020

OMERO ERA UN BIOLOGO???

 


  Abbiamo già accennato all'abilità dei chirurghi, nonché delle conoscenze erboristiche e anatomiche, ma una straordinaria testimonianza della sapienza degli antichi ci viene da un passo dell'Iliade, che non può lasciar alcun dubbio sulla sua interpretazione. Achille sta piangendo la morte del fraterno amico Patroclo, e si lamenta con la madre Teti:

"ho paura che intanto nel forte figlio di Menezio

entrino mosche per le piaghe aperte dal bronzo

e facciano nascere vermi, sfigurino il corpo-

la vita è stata uccisa-marcisca tutta la carne…"

E gli rispose allora la dea Teti piedi d'argento:

"Creatura, questo non ti preoccupi in cuore

cercherò io d'allontanare la razza selvaggia,

le mosche, che gli uomini uccisi in guerra divorano" (Il., XIX, 24-32)

Ebbene, fino a quattro secoli fa, seguendo ancora gli insegnamenti di Aristotele, si credeva che le mosche nascessero per "generazione spontanea" dalla carne morta. Solo nel 1668, in seguito agli esperimenti di un valente medico e scienziato (e pure poeta!), Francesco Redi, che trasse l'intuizione proprio da questo brano dell'Iliade, fu possibile confutare tale teoria e dimostrare che le mosche nascevano dalle uova di altre mosche che le depositavano nella carne in putrefazione, ma non erano un prodotto spontaneo della putrefazione stessa. Quindi Omero ci dà notizia di uno dei principi fondamentali della moderna biologia, con più di due millenni di anticipo! E una tale straordinaria scoperta è rimasta per tutto quel tempo sotto gli occhi di coloro che poi dicevano che Omero dormiva… Anche questo elemento deve far ritenere che la base culturale omerica sia abbastanza distante dal modo comune di pensare degli antichi Greci. https://astutoomero.blogspot.com/

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domenica 16 febbraio 2020

LO STARNUTO DI TELEMACO

LO STARNUTO DI TELEMACO: qui c’è una delle informazioni più strane e strambe che ci arriva dall’Odissea, dato che Penelope:

Così diceva, e Telemaco starnutì forte, e tutta la casa
paurosamente echeggiò: rise allora Penelope,
e subito ad Eumeo parole fugaci diceva:
"Va', invita l'ospite a venire qui avanti:
non vedi che il figlio a tutte le mie parole starnuta?
Così s'avverasse la morte dei pretendenti, di tutti" (XVII, 541-546)

sembra proprio che Omero ci tenga a far sapere che Telemaco starnutisce, tanto che il fatto viene rimarcato anche da sua madre la regina; ma cosa può avere di così speciale uno starnuto, da meritare di comparire in un’opera immortale? Per noi moderni forse niente, ma per gli antichi un tale gesto era considerato benaugurante, tanto che ancor oggi quando qualcuno starnutisce esclamiamo giulivi: “Salute!”. Il che è di per sé già abbastanza strampalato, visto che anzi spesso uno starnuto è sintomo dell’arrivo di un malanno più grave e fastidioso, come una febbre o un’allergia, una otite o peggio. Secondo gli antichi lo starnuto doveva essere di origine divina, essendo prodotto da una parte sacra del corpo, la testa. Per cui si dice “Salute” per sottintendere “Che gli dei ti portino salute anziché malanni” o qualcosa di simile. Forse non molti sanno che Giacomo Leopardi, oltre che di tristissime e pessimistiche poesie che hanno afflitto per generazioni gli studenti che dovevano impararle a memoria, fu anche autore di un Saggio sopra gli errori popolari degli antichi che aveva un intero capitolo dedicato allo starnuto. Per noi l’attenzione forse va spostata non sullo starnuto, ma sul suo autore, cioè Telemaco: Omero ci vuole far sapere anche così che il destino dell’annientamento dei Proci sarà sancito dalla volontà divina e si compirà proprio per opera di Telemaco, e non di Ulisse.

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venerdì 15 giugno 2018

ACHILLE E IL METEORITE

ACHILLE E IL METEORITE L’episodio della strage dei Proci (Odissea libro XXI e seguenti) è l’unico in cui si faccia cenno ad armi di ferro, e Ulisse rimprovera ai pretendenti la grave colpa di

non temere gli dei, che l’ampio cielo possiedono (XXII, 39)

ripetendo la frase usata la sera prima da Telemaco. Come ci fa capire lo stesso Omero per bocca di Eumeo (Od. XV, 328), per gli antichi il cielo era sede degli dei ed era fatto di ferro, un’idea nata forse dall’osservazione della caduta di qualche grossa meteorite ferrosa; ed è interessante notare come il nome greco del ferro, sideros, sia praticamente uguale al nome latino delle stelle, sidera. Sembra assurdo, ma fino a due secoli fa molti scienziati non credevano che le meteoriti cadessero dal cielo, e attribuivano sprezzantemente le innumerevoli testimonianze ad allucinazioni e imbrogli di varia natura. Curiosamente, durante una battaglia nell'Iliade si dice

In questo modo lottavano, e ferreo tumulto
giungeva al cielo di bronzo (Il. XVII 424-425)

questo può forse indicarci che ci troviamo proprio in un periodo di transizione tra l'età del bronzo e l'età del ferro. Omero usa spesso l'espressione "cuore di ferro", per indicare un animo particolarmente forte e duro, il che dimostra che conosceva bene tale metallo. Nei giochi funebri in onore di Patroclo, un grosso disco (o masso, o globo, a seconda di come viene tradotta la parola σόλον, solon ) di ferro grezzo viene usato per una gara di lancio e poi assegnato come premio al vincitore, dicendo che sarebbe stato sufficiente per cinque anni per un pastore e un aratore (Il., XXIII, 826-850). Quindi il ferro era ancora un metallo prezioso, ma il suo valore cominciava a diminuire e a non essere più un prodotto assolutamente elitario, anche se è possibile che quello strano "disco" fosse proprio un meteorite ferroso. Mi è venuto quindi l'uzzolo di controllare diverse traduzioni straniere: in quella in inglese di Robert Fitzgerald del 1974 (Oxford University Press) il termine σόλον è tradotto proprio direttamente con "meteorite" senza problemi, ma questa indicazione, per quanto ne so, è sempre stata bellamente ignorata da tutti gli altri traduttori. E dire che questo significato viene riportato anche nel Dictionnaire étymologique de la langue grecque, di Pierre Chantraine (Parigi, Klincksieck, 1968); subito dopo solon, nel dizionario viene esaminato il nome del legislatore greco Solone, Σόλων , dicendo che non se ne conosce l’etimologia, ma potremmo desumere che avesse un significato attinente a un ”uomo di ferro, venuto dal cielo” o qualcosa di simile.
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mercoledì 20 dicembre 2017

CAVALLO O NAVE? O qualcos'altro?

Circola da qualche tempo la teoria di un archeologo navale secondo cui il famoso "cavallo di Troia" sarebbe stato in realtà una nave fenicia con la prua a forma di cavallo http://www.lastampa.it/2017/11/01/cultura/cade-il-mito-del-cavallo-di-troia-in-realt-era-una-nave-Kp8VGrSBy5yTIgara5cmHM/pagina.html  Naturalmente navi con testa di cavallo erano presenti anche nel Baltico e nel Nord Europa. Ecco cosa scrivo nel mio L'ASTUTO OMERO: "Ne dà un'idea il sarcofago trovato a Neumagen, attuale nome della città di Noviomagus nei pressi di Treviri: si tratta della tomba di un ricco mercante a forma di nave vinaria, con quattro grosse botti allineate al centro, e le estremità a forma di testa di drago come le navi vichinghe, solo che è molto più antica rispetto all'epoca vichinga, dato che risale al II secolo dopo Cristo . La nave di Neumagen si trova nel museo renano di Treviri, città imperiale romana sorta sulla Mosella, il principale affluente del Reno; Treviri dovette la sua ricchezza soprattutto al commercio del vino, ed oggi è stata proclamata patrimonio dell'Unesco per il suo valore culturale e artistico. Una copia del sarcofago a grandezza naturale è visibile anche al Museo della Scienza e della Tecnica di Milano. 

 Navi con testa di animale sono rappresentate in molti graffiti antichi del nord Europa; modellini di bronzo sono comuni nell'archeologia sarda; anche le navi fenice avevano spesso una prua a forma di testa di cavallo o di altri animali, proprio come le navi vichinghe, tanto da essere chiamate hippos. 

Alcuni studiosi ipotizzano che il famoso "cavallo di Troia" fosse in realtà una nave di questo tipo, ma non si spiega perché i Troiani avrebbero dovuto trascinare una nave fino dentro la città, quando sarebbe stata perfettamente al suo posto sulla spiaggia. Si potrebbe pensare anche che accoppiando due navi l'una sull'altra come il guscio di una noce si otterrebbe un contenitore adatto a tenere nel suo interno un gruppo di soldati.


C’è anche il racconto di Elena che nel quarto libro dell’Odissea dice a Telemaco e a suo marito Menelao che il buon Ulisse, dopo essersi inferto da solo vili ferite, e indossato degli stracci, si era introdotto a Troia fingendosi un mendicante; solo lei l’aveva riconosciuto e si era messa tranquillamente a lavarlo e a ungerlo, mentre lui, l’astuto acheo, le rivelava tutto il piano per espugnare Troia, facendole giurare di non dire niente a nessuno. E lei era tutta contenta perché non vedeva l’ora di ritornare dal suo maritino adorato. Cioè… l’astuto Ulisse sarebbe arrivato inosservato fino alla stanza da letto della più bella donna del mondo, solo per farsi dare una rinfrescatina e raccontarle per intero il suo loschissimo disegno! Ci sarebbe da ridere già adesso, ma Omero continua a prenderci in giro con la risposta di Menelao, che loda la sua donna e subito dopo racconta di quando lui, Ulisse e tutti i migliori guerrieri achei stavano dentro al cavallo di legno, e la brava Elena cosa combinava? Da fuori li chiamava tutti quanti per nome, imitando le voci delle mogli lasciate a casa, mentre quelli da dentro smaniavano per risponderle, e Ulisse tappava loro la bocca! Babbei gli Achei, e babbei i Troiani che non si accorgevano di niente! Senza contare che la stessa vicenda del cavallo cavo con dentro i guerrieri, che viene trasportato fino nella città con grande fatica è decisamente inverosimile: nessuno si rende conto che c’è qualcosa di strano, o che nel suo interno c’è gente con le armi che risuonano ad ogni sobbalzo… e spesso i bambini a cui la storiella viene raccontata, obbiettano con disarmante ingenuità: “Ma a quelli là dentro, dopo tutto quel tempo, non scappava la pipì?”. Insomma la vicenda racchiude una tale selva di contraddizioni ed assurdità che il buon Telemaco pensa bene di porvi rapidamente fine, ripetendo ancora una volta che suo padre è morto, e andandosene a dormire.

A questo punto si può anche pensare, riprendendo le osservazioni di alcuni storici dell’antica Grecia,  che il famoso “Cavallo di Troia” fosse in realtà una specie di “macchina da guerra”, non molto dissimile da quelle architettate da Cesare per conquistare Alesia. Il suo nome potrebbe significare che esso serviva a "scavalcare" le mura nemiche, e non è un caso se nel gioco degli scacchi, un antichissimo gioco di guerra, il Cavallo è l'unico in grado di oltrepassare con un salto gli altri pezzi. Del resto, anche altre armi da assedio prendono il nome da animali, come il ben noto "ariete", usato per sfondare le porte, o la "testuggine" e l"onagro", ed erano usate fin dall'antichità: rilievi assiri del VII secolo avanti Cristo mostrano torri semoventi su ruote, impiegate per attaccare le mura delle città nemiche.  Riferendo le vicende delle guerre germaniche del I secolo, Tacito (Storie, 4, 30) descrive i tentativi dei Batavi (una tribù stanziata presso la foce del Reno) di costruire una torre da assedio a due piani, che però crolla miseramente: il che dimostra, da una parte, che anche i Germani costruivano macchine da guerra, e dall'altra che però non erano tanto bravi. Quindi realizzare il “cavallo” doveva essere un lavoro che richiedeva una certa dose di ingegno, degna dell'astuto Ulisse; il quale peraltro, contrariamente a quanto spesso si crede, riferisce che il costruttore del marchingegno era stato un certo Epeo (Od. VIII,493 e XI, 523), altrimenti poco noto. Se non altro non possiamo incolpare Ulisse di aver violato pure i diritti di copyright!
C’è anche da considerare la propensione dei popoli nordici a bere e sbronzarsi in modo esagerato, ben testimoniato da tutte le fonti storiche: Troia fu distrutta perché i suoi abitanti, illusi che i nemici se ne fossero andati, non misero nessuno di guardia e si diedero alla pazza gioia tanto da essere tutti ubriachi fradici!  

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venerdì 24 marzo 2017

Un po' di culto della personalità...



 “E’ più facile spezzare un atomo che un pregiudizio”. Albert Einstein














L’autore davanti al tumulo Kungagraven (Tomba del Re) a Kivik, Svezia (circa 1000 avanti Cristo), al CERN di Ginevra, e con Franco Malerba, Luca Parmitano, Paolo Nespoli, Piero Angela, Rita Levi Montalcini. 

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Alberto Majrani è nato e ha vissuto a Milano fino al 2024, quando si è trasferito a Lucca. Laureato in Scienze Naturali, lavora da trent’anni nel campo dell’editoria e collabora come giornalista e fotografo con alcune delle maggiori riviste di scienze e di viaggi italiane e straniere. Ha tenuto corsi di fotografia e conferenze di argomento scientifico, storico e turistico per il Touring Club Italiano, il Gruppo Botanico Milanese, il Club Alpino Italiano, la Lega Italiana per la Protezione degli Uccelli, il Circolo Filologico Milanese, la Società Umanitaria. Il suo archivio fotografico, costruito insieme con il fratello Marco e visitabile sul sito www.photomajrani.it, comprende circa mezzo milione di immagini di tutto il mondo su natura, storia, arte, turismo e curiosità. Ha inoltre creato  i blog www.astutoomero.blogspot.it e www.scienzaviaggi.blogspot.com. E’ membro dell’UGIS (Unione dei Giornalisti Italiani Scientifici), della Commissione Scientifica “Giuseppe Nangeroni” della Sezione di Milano del CAI e di diverse altre associazioni culturali. Da tempo si occupa di rintracciare le connessioni tra i fenomeni naturali e le origini delle mitologie. Nel 2002 è nata l’intuizione che lo ha portato a scrivere, nel 2008, il suo saggio "Ulisse, Nessuno, Filottete", che conteneva già alcune delle idee esposte in modo più ampio in questo libro.
 
 (Giornalista scientifico, membro dell'UGIS e della Commissione scientifica del CAI Milano. Laureato in Scienze Naturali con tesi in paleoclimatologia. Relatore Maria Bianca Cita Sironi) Faccio presente, per chi ignora anche questo, che per diventare giornalisti, iscritti all'Ordine, bisogna produrre una consistente mole di articoli, dimostrando che sono stati pubblicati, dopo essere passati al vaglio di una redazione, approvati da un caporedattore e un direttore editoriale, e infine regolarmente fatturati. Gli articoli vengono letti e esaminati da altri giornalisti dell'Ordine di provata esperienza per l'approvazione. Lo stesso bisogna rifare per iscriversi all'Unione dei Giornalisti Scientifici Italiani, UGIS. 
  Esami superati per conseguire la laurea in Scienze Naturali: chimica generale, chimica organica, fisica, matematica, mineralogia, geologia, petrografia, paleontologia, micropaleontologia, botanica, zoologia, fisiologia, anatomia comparata, geografia, astronomia, fisica terrestre e climatologia, fitogeografia, ecologia
 

 
Felice Vinci, Rosa Calzecchi Onesti e Alberto Majrani in conferenza al Museo di Storia Naturale di Milano, 2002
 

ero già un guerriero acheo a 6 anni
 

e assediavo città

 e domavo leoni

e benedicevo dal trono