Diceva Mark Twain, "E' più facile ingannare la gente piuttosto che convincerla di essere stata ingannata"
Omero è una continua fonte di frustrazione per gli archeologi, per i filologi e tutti i commentatori... centinaia di pagine con migliaia di nomi, eventi, riferimenti, località ecc. che però finiscono con il confondere le idee anziché aiutarci a chiarirle. Ma se invece la soluzione fosse diversa da quelle faticosamente elaborate nei secoli dai letterati? Perché Omero continuava a lodare l'arte dell'inganno? Perché dormiva... o perché è lui che ha ingannato tutti per 3000 anni? E i miti sono soltanto delle belle favole oppure nascono da eventi reali di cui si comincia solo ora a intravvedere l'origine?

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sabato 10 ottobre 2020

CAPELLI BIONDI, MARE VIOLA

 

Capitolo 15 – CHE STRANI GRECI, QUESTI DANAI

Dilettanti! Così vengono chiamati con disprezzo coloro che si occupano di una scienza o di un'arte ‘per il loro diletto’, cioè per la sola gioia che ne ricevono. Un tale disprezzo deriva dalla meschina convinzione che nessuno possa prendere qualcosa sul serio se non sotto lo sprone della necessità, del bisogno o della avidità. La verità è al contrario che per il dilettante la ricerca diventa uno scopo, mentre per il professionista rappresenta solo un mezzo, ma solo chi si occupa di qualcosa con amore e dedizione può condurla a termine in piena serietà. Da tali individui, e non da servi mercenari, sono sempre nate le grandi cose.”
Arthur Schopenauer

Vediamo allora di porci un po’ di domande. Tanto per cominciare: di che colore erano i capelli di Ulisse? Lasciamo da parte sceneggiati televisivi, film degli anni ’50 e tante altre invenzioni letterarie: Omero stesso ci dice che Ulisse era biondo. Anzi, forse anche tendente al rossiccio. In un verso, dopo aver fatto il bagno, le sue chiome folte vengono paragonate al fiore del giacinto (XXIII, 155), che però in natura può avere diversi colori, azzurro (e non sembra il caso dei capelli!) oppure giallo, rosato, ma mai castano o nero; probabilmente Omero intendeva dire che aveva i capelli come l'infiorescenza del giacinto perché erano riccioluti. E com'erano Menelao, Achille e molti altri guerrieri? Biondi pure loro. E le donne, come Elena, Afrodite, Briseide? Bionde anche quelle! Però, che strani Greci erano questi Danai, sembrano proprio Danesi! E non si può neanche pensare ad un errore interpretativo o di traduzione, perché la parola che indica il colore biondo, xanthos, viene usato per i capelli, per il grano e per l’oro, quindi non può essere che giallo. 

 


La nascita di Venere, del Botticelli, Firenze, Museo degli Uffizi

 Già, ma l’ambiente dell’Iliade e dell’Odissea è quello tipicamente mediterraneo, o no? Per niente, anzi, il clima è sistematicamente freddo, nebbioso, con la brina e la neve anche a livello del mare, tanto che tutti indossano spessi mantelli, dormono tra coltri di lana e invocano il sole che li riscaldi persino quando sono in battaglia pesantemente armati; e il mare, che Omero non chiama mai Mediterraneo, è sempre livido, cupo, violaceo, “color del vino”, tempestoso. Proprio come i mari nordici, che assumono spesso questo colore a causa del cielo grigio e del sole sempre basso sull’orizzonte; come avviene anche in estate, che è da sempre la stagione della navigazione. Insomma, Omero descrive tutto il contrario di quello che siamo abituati a vedere, dalle opere d'arte antiche fino ai fumettoni moderni. Un po' strano, se si pensa che, secondo le ricostruzioni degli accademici, gli eventi da lui narrati si sarebbero dovuti svolgere intorno al 1200 avanti Cristo, in un periodo in cui il clima era particolarmente caldo.Nel 1858, William Gladstone, un eminente uomo politico inglese che sarebbe in seguito divenuto più volte Primo Ministro, diede alle stampe una monumentale opera intitolata “Studi su Omero e l’età omerica”. Tra le altre cose, Gladstone esponeva l'idea che gli antichi Greci usassero un così scarso numero di termini per definire i colori perché non erano in grado di distinguere le varie tonalità; all'epoca era in pieno fervore il dibattito sulle teorie evoluzionistiche, e quindi sembrava logico pensare che la vista degli uomini primitivi non si fosse evoluta abbastanza per distinguere più di qualche colore base. In realtà, una simile evoluzione richiederebbe parecchi milioni di anni, e non i tre miseri millenni che ci separano da Omero; viceversa, non si era ancora evoluto il linguaggio con cui si denominano i vari colori. Ad un greco antico non sarebbe mai passato per la mente di usare sfumature di rosso come “fucsia” o “magenta”, dato che nessuno di loro aveva mai visto un fiore di fuchsia (la pianta con tale nome, con la lettera “h” dopo la “c”, fu importata dal Nuovo Mondo solo nel 1700) o uno dei primi colori di sintesi ottenuti artificialmente (il magenta fu scoperto da un chimico nel 1859, anno della battaglia di Magenta, e da essa prese il nome). Come pure, anche noi da piccoli impariamo i nomi dei sette colori dell'arcobaleno, così come li aveva classificati Isaac Newton, uniformandosi alle sette note musicali, ma i colori dell'arcobaleno sono molti di più; ed è curioso notare che proprio il colore più insolito, l’indaco, sia stato alla base delle fortune economiche di Heinrich Schliemann: il mercante tedesco si arricchì anche grazie al commercio dell’indaco con cui venivano colorate le divise dell'esercito zarista. Gli studi condotti su molte tribù primitive mostrano come la capacità di distinguere i colori sia praticamente identica in tutto il mondo, ma spesso non esistano differenze lessicali; e a volte gli stessi “selvaggi” trovano abbastanza ridicole le nostre distinzioni tra colori come il blu e il verde, che loro indicano con lo stesso termine, pur riconoscendone la diversità. Esiste, è vero, un’anomalia genetica come il daltonismo, cioè l'incapacità di distinguere alcuni colori, ma essa è per l'appunto un problema ereditario che colpisce solo una piccola percentuale di individui. Anche per gli artisti antichi non erano tanto importanti le distinzioni cromatiche, tanto che le pitture si basavano su pochi colori: un po' d'avorio o di marmo per le pelli chiare, di ocra per quelle un po' più scure, legno bruciato per il nero, e poco altro; la porpora rossa e il lapislazzuli blu erano carissimi e quindi usati da pochi privilegiati. Però comunque capivano la distinzione tra l'azzurro (glaucos) e il violaceo (oinops, color del vino), quindi se in Omero il mare non è mai azzurro, come nel Mediterraneo, ciò deve voler dire che lui non lo vedeva così perché non si trovava nel Mediterraneo! E lo stesso vale per i capelli biondi, le pelli bianche, eccetera. Alcuni grecisti hanno provato a sostenere che il mare “vinoso” forse non è, con connotazione quasi surrealista, “color feccia di vino”, ma più semplicemente “spumeggiante”, che spumeggia cioè come il vino appena versato in un cratere. O meglio ancora, io direi, come il mosto che ribolle nel tino durante la fermentazione. Ma probabilmente questo è un altro dei tentativi disperati dei traduttori per tentare di far quadrare le cose, cambiando artificiosamente il significato delle parole. Anche perché lo stesso termine è usato da Omero per descrivere una coppia di buoi *(Il. XIII 703)*e mi sembra un po' strano che esistano dei buoi … spumeggianti! Ma esistono buoi rossi, color del vino? Si, ci sono delle razze col manto rossiccio, e sono di origine norvegese, e non si tratta di un'invenzione degli allevatori moderni, ma se ne ha notizia già da alcuni secoli. Per una trattazione approfondita dell'argomento vi lascio alla lettura del saggio di Guy Deutscher, *La lingua colora il mondo. Come le parole deformano la realtà.

 per acquistare la vostra copia https://astutoomero.blogspot.com/2017/07/neomecenatismo.html



 

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