Diceva Mark Twain, "E' più facile ingannare la gente piuttosto che convincerla di essere stata ingannata"
Omero è una continua fonte di frustrazione per gli archeologi, per i filologi e tutti i commentatori... centinaia di pagine con migliaia di nomi, eventi, riferimenti, località ecc. che però finiscono con il confondere le idee anziché aiutarci a chiarirle. Ma se invece la soluzione fosse diversa da quelle faticosamente elaborate nei secoli dai letterati? Perché Omero ha continuato a lodare l'arte dell'inganno? Perché dormiva... o perché è lui che ha ingannato tutti per 3000 anni? E i miti sono soltanto delle belle favole oppure nascono da eventi reali di cui si comincia solo ora a intravvedere l'origine?

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lunedì 23 maggio 2016

Capitolo 1- NON ILLUDETEVI, ULISSE E’ MORTO (MA NON SEPOLTO)





“Le convinzioni, più delle bugie, sono nemiche pericolose della verità”.
Friedrich Nietzsche 


Penelope e Ulisse, Parigi, Louvre, V secolo a.C.

Chi era Omero? E chi era Ulisse? C’è una verità nascosta dietro gli immortali versi dell’Iliade e dell’Odissea? Per tre millenni queste domande hanno appassionato, e nello stesso tempo afflitto, generazioni di studiosi di tutto il mondo. L’Odissea di Omero è forse il libro più conosciuto sulla faccia della terra. Chi non ha mai sentito parlare di Ulisse (o Odisseo che dir si voglia) e delle sue peregrinazioni per tornare all’amata isola d’Itaca, dalla fedele moglie Penelope e dal figlio Telemaco? E quanti libri, e saggi, e romanzi, e dipinti, e film, e persino comuni modi di dire  hanno per protagonisti il mitico Ulisse e suoi compagni di sventure? Anche il più moderno dei mezzi elettronici, Internet, fornisce parecchi milioni di pagine da consultare che contengono il suo nome. Ma quanti possono affermare tranquillamente di aver letto tutto il poema, e di conoscerlo perfettamente? Probabilmente non sono tantissimi, ma bisogna ammettere che sono comunque in buon numero. Eppure, finora mai nessuno è stato così folle da pensare che il vero protagonista dell’Odissea non sia… Odisseo, ma un personaggio molto più oscuro, quasi sconosciuto, di cui anche nel testo si parla pochissimo: Filottète. Ma se vorrete seguirmi nell’analisi del capolavoro omerico con questa insolita chiave interpretativa, vi accorgerete che con essa si aprono quasi tutte le porte. Insomma, come Shakespeare fa dire di Amleto, “in questa follia c’è del metodo”.
Dunque cominciamo: per le citazioni mi sono avvalso della traduzione di Rosa Calzecchi Onesti, che è tutt’ora una delle migliori e più fedeli al testo originale, confrontandola, in caso di dubbio, con quelle di altri traduttori professionisti, e consultandomi con grecisti esperti. Ho evitato le versioni poetiche classiche, tipo quelle ottocentesche di Vincenzo Monti (per l’Iliade) o di Ippolito Pindemonte (per l’Odissea), che non garantiscono lo stesso grado di fedeltà. In ogni caso, ogni verso citato riporta l’esatta collocazione, in modo che i lettori più preparati possano immediatamente confrontarlo con la versione originale in greco antico.
Per i più distratti, invece,  ricordiamo che i poemi omerici narrano le vicende della guerra di Troia, provocata dal rapimento della bella Elena, moglie del re acheo Menelao, ad opera del principe troiano Paride, figlio del re Priamo. In seguito a tale gesto sconsiderato, gli Achei, detti anche Danai o Argivi, organizzano una spedizione punitiva alla volta di Troia (chiamata anche Ilio),  per riprendere la regina rapita e saccheggiare la città. La coalizione, comandata dal re di Micene Agamennone, fratello maggiore di Menelao, comprende alcuni noti personaggi come Ulisse, Achille, Patroclo, Nestore, Aiace e, naturalmente, il nostro Filottete. In fondo a questo libro si trova un breve dizionario dei nomi e dei luoghi, per aiutare il lettore a districarsi nel complesso mondo della mitologia, senza appesantire la narrazione con spiegazioni superflue. Accanto ai nomi greci delle divinità ho comunque indicato anche il corrispondente nome romano per facilitarne l’identificazione.



Paride rapisce Elena, arazzo, castelli della Loira, Francia; Paride arciere, V secolo a.C., da Altino (Venezia)

Mentre l’Iliade è più che altro una continua cronaca di battaglie, l’Odissea si occupa del “nostos”, ovvero del complicato e talvolta drammatico ritorno a casa degli eroi achei dopo dieci anni di assedio e la distruzione della città nemica. Il poema narra che Ulisse ritorna a casa da solo, dopo una infinita serie di peripezie durante le quali ha perso i compagni, e uccide a colpi di freccia tutti i Proci, cioè i pretendenti alla mano di Penelope e al trono di Itaca, che si sono insediati come padroni nella sua reggia. Poi Ulisse sarà destinato a riprendere il mare in cerca di nuove avventure.
Ma è questa la verità? La vicenda si è svolta veramente così, oppure Omero ci manda dei messaggi che ci fanno capire che l’Odissea può essere letta in tutt’altro modo? Molti credono di conoscere l'Odissea perché hanno ben scolpite nella mente le fantastiche avventure di Ulisse, da lui stesso raccontate nella parte centrale del poema, ma le parti più interessanti e realistiche si trovano all'inizio, con il viaggio di Telemaco alla ricerca di alleati per sconfiggere i Proci, la cosiddetta Telemachìa, e alla fine, con l'arrivo simultaneo di tutti i congiurati. Alcuni commentatori ritengono che  la parte iniziale sia semplicemente un  prologo poco brillante di un’opera che solo all’apparire di Odisseo acquista tono e spessore. Al contrario, come vedremo, proprio la trascurata Telemachia fornisce una sbalorditiva soluzione per la corretta interpretazione di entrambi i poemi omerici! 
L'Odissea  è convenzionalmente divisa in 24 libri, contraddistinti da numeri o da lettere dell’alfabeto greco. Già nei primi libri, l’idea che Ulisse sia morto viene affermata più volte con decisione, e da personaggi reali, mentre l’ipotesi che sia ancora vivo è sempre espressa in modo dubitativo, e da personaggi più o meno immaginari, come gli dei, ai quali si può tranquillamente attribuire qualsiasi affermazione, visto che raramente si preoccupano di smentirla. Ecco dunque che la narrazione si apre con il concilio degli dei, che si stanno accordando per far finalmente tornare Ulisse dalla sperduta isola di Ogigia; qui l’ha fatto naufragare il potente dio del mare Poseidone Enosictono (cioè Nettuno “lo Scuotiterra”), che odia Ulisse perché ha accecato e sbeffeggiato suo figlio Polifemo. Per cui Zeus (Giove), il più potente degli dei, spiega:

Perciò Poseidone Enosictono, se pur non l’uccide,
fa errare lontano dalla sua terra Odisseo (libro I, versi  74-75)

Già quel “se pur non l’uccide” è significativo: perché mai Poseidone non dovrebbe fare fuori anche Ulisse, come ha fatto con tutti i suoi compagni?



 
Stoccolma, Castello di Drottningholm, statua di Nettuno; Berlino, fontana di Nettuno; la Saliera di Benvenuto Cellini, con Nettuno(il Mare) e la Terra, Vienna, Kunsthistorische Museum.

 Ma ora l’azione si sposta a Itaca, dove Telemaco

Sedeva tra i pretendenti, crucciato nell’anima,
sognando il nobile padre nel cuore, se a un tratto venisse
e liberasse da tutti i pretendenti la casa
e riavesse il suo onore e sopra i suoi beni regnasse.
Questo, seduto tra i pretendenti, sognava. (I, 113-117)

Appunto, il ritorno del padre è solo nei pensieri di Telemaco, che poi si lamenta dell’arroganza dei pretendenti:

questo piace  a costoro, la cetra, il cantare,
oh certo!, perché divorano impunemente l’altrui,
gli averi d’un uomo di cui l’ossa bianche alla pioggia marciscono
sopra la terra, o forse nel mare l’onda le rotola.
Ma se lo vedessero tornare qua in Itaca,
tutti farebbero voto d’esser più lesti di piedi,
che ricchi d’oro o di splendide vesti.
Invece è finito cosi, di mala morte, e noi non abbiamo
conforto più, se anche qualcuno fra gli uomini
dice che tornerà; il giorno del suo ritorno è perduto! (I, 159-168)

Evidentemente, il buon Telemaco non amava molto le attività musicali; sembra quasi che proprio a lui sia dedicata questa frase di William Shakespeare: "L’uomo che non ha musica nel cuore ed è insensibile ai melodiosi accordi è adatto a tradimenti, inganni e rapine; i moti del suo animo sono spenti come la notte, e i suoi appetiti sono tenebrosi come l'Erebo: non fidarti di lui.".  Forse, se i Proci se ne fossero accorti, la storia dell'Odissea sarebbe finita in tutt'altro modo!
E comunque, qui si trovano già tutti i temi della vicenda: Telemaco sa che il padre è morto, ma capisce che solo il suo ritorno potrebbe liberare la casa da tutti i parassiti che la infestano. Così la dea Atena, che ha  assunto le sembianze di Mente, capo dei navigatori Tafi, si preoccupa di rincuorarlo e dargli i giusti consigli. Da notare che tutti coloro che potrebbero dare una testimonianza della congiura che sta per essere messa in atto  sono destinati a sparire rapidamente. Mente è un mercante sempre in viaggio, e se anche qualcuno l’avesse potuto rintracciare, poteva sempre rispondere di non saperne niente, dato che quella che parlava con la sua voce era la dea Atena e non lui. Come vedremo, qualcosa di simile  si potrà dire del quasi omonimo Mentore, l’amico di famiglia, del popolo dei Feaci, di Laerte, della nutrice Euriclea, di Teoclimeno e persino del  cane Argo!
E dunque Mente-Atena dichiara:

Perché sulla terra morto non è Odisseo luminoso,
ma ancora vivo nel vasto mare è impedito,
forse in un’isola in mezzo all’onde, gente feroce l’ha in mano,
selvaggia, che suo malgrado lo tiene.
Ma farò un vaticinio, come dentro nell’animo
gl’immortali m’ispirano, e credo avrà compimento,
per quanto io non sia né indovino, né esperto d’uccelli:
non molto tempo lontano dalla sua terra paterna
starà, neppure se ferrea catena lo tiene;
saprà tornare perché è ricco d’ingegno (I, 196-205)

Cioè afferma di non essere un indovino, ma di voler fare una previsione: come dire, “sono un bugiardo, puoi credermi!”. Ed infatti mostra di smentirsi subito:

Molto spesso ci trovavamo noi due,
prima che si imbarcasse per Troia […]
Da allora non ho più visto Odisseo, né me lui (I, 209-212)

e Telemaco, di rimando:

L’hanno annientato, come nessuno tra gli uomini (I, 235)

L’hanno travolto le Arpie, senza gloria,
non visto, ignoto è scomparso: e a me gemiti e pene
ha lasciato (I, 241-243)

E Mente dà il consiglio giusto:

T’esorto intanto a pensare
come puoi toglierti i pretendenti di casa (I 269-270)

Va’ a Pilo, prima di tutto, il chiaro Nestore interroga,
e di là a Sparta, dal biondo Menelao,
che è tornato per ultimo fra gli Achei chitoni di bronzo.
E se del padre saprai vita e ritorno,
quantunque stremato, un anno ancora sopporta:
se invece senti che è morto, che non è più,
allora tornato alla terra paterna,
alzagli il tumulo, offrigli i doni funebri,
molti, come è giustizia, e affida a un marito la madre.
Quando infine avrai fatto e compiuto ogni cosa,
medita allora nell’animo e in cuore
come potrai massacrare in casa tua i pretendenti,
se di nascosto, d’inganno, o apertamente: non devi
fare il bambino che non hai tale età.
Non senti che gloria s’è fatta Oreste divino
fra gli uomini tutti, uccidendo l’assassino del padre,
Egisto ingannatore, che il nobile padre gli uccise?
Anche tu, caro, poiché bello e aitante ti vedo,
sii forte, che ci sia chi ti lodi ancora fra i tardi nipoti.
Ma all’agile nave ormai tornerò,
e ai compagni, che certo sono irati aspettandomi.
E tu abbi a cuore la cosa, e ai miei consigli da’ ascolto (I 284-305)

Davvero un bel consiglio: istigazione all’omicidio, anzi, al massacro! Ma se l’esortazione viene da una dea, come dire di no? Non dimentichiamoci comunque che siamo in un’epoca all’alba della civiltà, quando i rapporti tra gli uomini venivano frequentemente  risolti in modo brutale con la forza delle armi. Così va spesso il mondo… voglio dire, così andava nell’età del bronzo…
Oreste era il giovane figlio di Agamennone e Clitemnestra, la quale, assieme all'amante Egisto, aveva assassinato a tradimento il comandante acheo appena rientrato dalla guerra. Il riferimento alla vicenda di Oreste, che vendica il padre uccidendo la madre e l'usurpatore, viene ripetuta più volte all'interno del poema; già nei primi versi (I, 28-43) ne parla nientemeno che Zeus, durante il convito degli dei. Tale rievocazione è sempre sembrata del tutto incongrua, visto che il fatto sarebbe avvenuto ben due anni addietro, ma alla luce della nostra interpretazione diventa del tutto logica: anche Telemaco deve imitare Oreste, e in assenza del padre e sovrano legittimo, eliminare coloro che tentano di usurparne il trono. Leggendo bene il discorso di Mente, si deduce che anch'egli dà per scontato che Ulisse ormai è morto e che Telemaco deve darsi da fare prima che sia troppo tardi.
Ma continuano le “dichiarazioni di morte presunta” di Ulisse. Mentre l’aedo Femio canta le vicende della guerra di Troia e del penoso ritorno degli Achei, Telemaco commenta:

Ché non il solo Odisseo perdette il ritorno
a Troia, ma molti altri eroi vi perirono (I, 354-355)

E rivolgendosi ad uno dei capi dei pretendenti:

Eurimaco, perso è il ritorno del padre:
non credo a notizia, chiunque la porti,
né profezia mi interessa, se a volte la madre,
profeti invitando a palazzo, ne interroga (I, 413-416)

Le vicende si svolgono in un periodo storico in cui il diritto regale non è ancora codificato esattamente. La dignità di re non è ereditaria, e quindi Telemaco non può aspirare automaticamente al trono di Ulisse; se poi la regina Penelope si risposasse, lui perderebbe ogni diritto; persino Ulisse, se tornasse, dovrebbe faticare per imporsi. E’ infatti l’assemblea che comanda: si è re non tanto per volere divino o per discendenza dinastica, ma perché il popolo riconosce l’autorità regale. Così continua Telemaco:

Non è un male essere re: la sua casa subito
abbonda di beni, ed egli è molto onorato.
Ma prìncipi achei ce ne sono anche altri,
e molti, a Itaca cinta dal mare, giovani e anziani.
Qualcuno di loro abbia il regno, se è morto Odisseo luminoso. (I, 392-396)

Siamo solo alla fine del primo libro, e Omero ci ha già ripetutamente fornito tutti i temi che confermano questa tesi: Ulisse è morto, tocca a Telemaco liberarsi dei concorrenti se vuole diventare re; ma, ovviamente, non può farlo da solo, ha bisogno di aiuto. Quindi convoca l’assemblea  del popolo, piange la morte del padre e si lamenta dell’invadenza dei pretendenti.

Molto si perde. Perché non c’è l’uomo
che era Odisseo per cacciare il malanno di casa.
Noi non valiamo per ora a cacciarlo: e anche in futuro,
forse, saremo meschini  e non esperti di forza:
ma li caccerei, se avessi il potere. (II, 58-61)

Telemaco quindi sta già pensando di cercare “un aiutino” all’esterno.
Ma qui si ha una prima rivelazione: Penelope non ha la minima intenzione di risposarsi. Antinoo, il “boss” dei pretendenti, racconta la famosa storia della tela tessuta dalla regina, che aveva promesso di scegliere il nuovo sposo al completamento del lenzuolo funebre per il suocero Laerte. Per impedire che ciò accadesse, la notte disfaceva la tela che aveva tessuto durante il giorno. Ma i Proci avevano scoperto il trucco. Penelope sa che per risposarsi dovrebbe ritornare a casa del padre Icario, ma preferisce evidentemente restare come regina a Itaca insieme con il figlio. Probabilmente anche lei capisce che se si risposasse e desse all’isola un nuovo re, Telemaco rischierebbe di essere brutalmente eliminato dal nuovo padrone. Per cui Antinoo si lamenta:

Verso di te non i pretendenti achei sono colpevoli,
ma la madre tua cara, che sa troppe astuzie (II, 87-88)

… e astuzie, come nessuna sentimmo, neppure delle antiche […]
nessuna di quelle seppe pensieri come Penelope (II, 118-121)

Quella di essere “abile negli inganni” non doveva essere una caratteristica del solo astuto Ulisse, ma una peculiarità che coinvolgeva l’intera famiglia: Penelope, Telemaco e persino, come vedremo, Autolico,  il nonno di Ulisse. Una sana tradizione che durava da tempo!
Ma anche i pretendenti non scherzano, e si sono installati nella reggia a mangiare e bere per forzare la regina a rompere gli indugi: chi crede di aver inventato qualcosa con le “occupazioni” e gli “espropri proletari” non immagina neanche dove questa forma di protesta abbia avuto inizio!
Ed ecco che due aquile volano sopra la folla, e un vecchio indovino predice dai loro movimenti che Ulisse sta per tornare e portare rovina ai pretendenti; come sempre, chi dice che Ulisse è vivo viene smentito subito, e infatti Eurimaco sarcastico commenta:

Io molto meglio di te so spiegare queste cose:
uccelli, molti sotto i raggi del sole
ne girano, e non tutti fatali: quanto a Odisseo
è morto da un pezzo: e fossi morto tu pure
con lui, che non diresti sciocchezze spiegando gli auguri (II, 180-184)

Con la nostra mentalità moderna e razionale noi sentiamo di dover dar ragione a Eurimaco. E forse anche Omero, che, come stiamo cercando di spiegare, era tutt’altro che irrazionale, anche se ricorreva alle mitologie per motivi… di lavoro. Eh sì, il conflitto tra scetticismo e superstizione, tra scienza e fede non è un problema moderno ma ha origini parecchio più antiche!
L’assemblea si scioglie in modo inconcludente, il popolo resta a guardare e non si schiera da nessuna parte. Telemaco decide di partire in nave con Mentore ed un equipaggio di 20 giovani, suoi coetanei, alla volta di Pilo e Sparta, ufficialmente per cercare notizie del padre. Ma i pretendenti subodorano che ci sono guai in arrivo:

Ahi ahi! Telemaco vuol macchinarci la morte.
Certo si porterà difensori dal Pilo arenoso
Oppure da Sparta, perché atrocemente ora smania! (II, 325,327)

Si noti che Telemaco, per far provviste prima di partire, sale nella stanza del padre

Ampia, dove oro e bronzo giacevano a mucchi,
e vesti nei cofani, e molto olio fragrante,
e vasi di vino vecchio dolce da bere (II, 338-341)

Guarda caso, sono più o meno gli stessi doni che “Ulisse” riceverà dai Feaci, i navigatori che lo riporteranno a Itaca sbarcandolo dall’altra parte dell’isola, e che verranno prima deposti sulla spiaggia e poi nascosti in una grotta. Come pure, Telemaco porterà dei doni simili nel suo viaggio, e altrettanti ne riceverà da Menelao prima di ritornare. Semplici coincidenze? O non è più logico pensare che questo continuo spostarsi di regali non sia altro che una specie di gioco delle scatole cinesi per confondere le idee, e per non far capire da chi provengono e a chi sono destinati? E che quindi, in realtà,  questa non  fosse altro che la ricompensa per il “lavoretto” che avrebbero dovuto compiere i “difensori” appositamente ingaggiati?



Raffaello Sanzio, il convitto degli Dei, Villa Farnesina, Roma

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